E’ legittimo il licenziamento di una lavoratrice (impiegata amministrativa a tempo parziale), che ha effettuato oltre 4.500 accessi in Facebook, in un arco di tempo di 18 mesi, “per durate talora significative”, come puntualizza la sentenza.

La difesa della lavoratrice aveva sostenuto la tesi che il recesso fosse di carattere ritorsivo, avendo questa in precedenza fatto richiesta di fruire di permessi ex lege 104/1992 (per assistenza di familiari disabili  o a favore degli stessi lavoratori disabili) e che il datore avesse violato le disposizioni a tutela della privacy.

La Suprema Corte, confermando la decisione della Corte d’Appello di Brescia, ha invece ritenuto molto grave il comportamento – la sottrazione di tempo all’attività lavorativa in maniera così significativa incrina il rapporto di fiducia ed è “in contrasto con l’etica comune”; ha sancito inoltre che non era stata violata alcuna norma sulla riservatezza, avendo il datore conteggiato le violazioni solo attraverso la cronologia del computer, senza entrare nel merito dei contenuti dell’accesso via internet al social.

Nel merito, la Corte d’Appello di Brescia aveva affermato che “la condotta …., per come emersa sulla base degli elementi acquisiti, integra la violazione degli obblighi di diligenza e di buona fede nell’espletamento della prestazione… e non può, dunque, ritenersi di per sé legittima. Sempre alla luce del complessivo quadro probatorio deve fondamentalmente escludersi che la decisione del datore di lavoro di porre fine al rapporto lavorativo sia stata determinata, per contro, dalla presentazione della domanda ex lege n. 104/1992 quale motivo esclusivo del recesso datorile. 

Corte di Cassazione – n. 3133 del 01 febbraio 2019

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