Chi non ricorda la figura di Tino Paussone, il protagonista del romanzo di Primo Levi “La chiave a stella” uscito nel 1978? Tino è un operaio-montatore, lavorante in proprio, superspecializzato, talmente bravo, capace, appassionato del suo lavoro, che viene chiamato in varie parti del mondo a montare gru, tralicci, ponti sospesi. Fa un lavoro duro, munito dei sui attrezzi, fra cui la mitica ed inseparabile chiave a stella. Supera tutti gli ostacoli, spesso mettendo a rischio anche la propria vita, forte della fiducia di chi crede nel proprio lavoro ed attraverso di esso realizza se stesso.

Oggi è tutto cambiato: con l’avvento delle nuove tecnologie, presenti ormai in ogni ambito lavorativo, la chiave a stella è quasi scomparsa dall’orizzonte di molti lavori manuali; resiste ancora nei lavori di bricolage casalinghi e poco altro. E ciò che questo attrezzo ha rappresentato per Paussone, è rimasto? Si è salvato? Sopravvive sotto altre forme? Domande intriganti, per riflettere sulle quali ci affidiamo alle sempre illuminanti parole di Primo Levi:

“Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono”