L’utilizzo di una chat riservata ai componenti di una organizzazione sindacale su Facebook, per scambiare valutazioni pesantemente negative sulla società a cui i lavoratori appartengono e al suo amministratore, anche con l’uso di espressioni offensive e denigratorie, non costituisce illecito disciplinare punibile con il licenziamento.

Queste le conclusioni cui è giunta la Cassazione con la sentenza in epigrafe, sul presupposto che la circostanza secondo cui la chat su Facebook, riservata unicamente ad iscritti ad una specifica sigla sindacale, è da considerarsi alla stregua di un luogo digitale di dibattito e scambio di opinioni chiuso all’esterno ed utilizzabile solo dai membri ammessi. Secondo la Cassazione, infatti, le conversazioni intervenute in un ambito sindacale ristretto ad un gruppo limitato di persone, quali quelle veicolate nella chat, e censurate sul piano disciplinare dalla società, costituiscono esercizio del diritto costituzionalmente protetto alla libertà e segretezza della corrispondenza, esercitabile attraverso ogni forma di comunicazione, compresi i mezzi informatici. L’esigenza di tutelare la segretezza delle comunicazioni scambiate fra persone aderenti ad un gruppo ristretto all’interno di un social network, ha valore decisivo ed esclude che la condotta sia da ritenere illecita sul piano disciplinare.

Conclude la Corte, che quanto scritto e dichiarato in un gruppo chiuso attivato sui social da lavoratori sindacalmente esposti costituisce, prima ancora che legittima espressione del diritto di critica sindacale, una forma di comunicazione privata cui i lavoratori possono dare libero sfogo, anche attraverso l’utilizzo di espressioni “colorite”, volte ad esprimere la propria insoddisfazione rispetto alla gestione aziendale.

Di qui la dichiarazione di illegittimità del licenziamento disciplinare, con attivazione della reintegra in servizio e risarcimento del danno parametrato a 12 mensilità.

Corte di Cassazione - n. 21965 del 10 settembre 2018