La Cassazione ha dichiarato legittimo il licenziamento disciplinare di un responsabile di produzione che aveva non solo adibito i propri sottoposti ad attività lavorativa in violazione delle procedure di sicurezza adottate dalla Società, ma addirittura si era spinto ad indicare loro le modalità per eludere tali procedure, esponendo così i lavoratori a gravi rischi infortunistici. Tale condotta si era protratta per oltre un mese e mezzo e aveva visto coinvolti un gruppo di sei lavoratori del reparto saldatura.

La Corte, confermando la sentenza di Appello, ha giudicato di estrema gravità la condotta del responsabile di produzione, idonea a ledere, sia sul piano soggettivo che oggettivo, la fiducia del datore di lavoro legittimandone il licenziamento, ancorché nel caso specifico, in totale assenza di precedenti disciplinari. Né per la Corte è valsa l’obiezione che tali azioni fossero state attuate allo scopo esclusivo di aumentare la produttività aziendale (“riduzione dei tempi morti in fase di lavorazione”) e dunque in nome di un malinteso e paradossale “interesse” del datore di lavoro.

 

Con questa pronuncia, veramente esemplare, la Suprema Corte ha ribadito suoi precedenti orientamenti (sentenze n. 7166/2017 e n. 44977/2013) secondo i quali la gravità degli addebiti deve essere tale da minare a fondo l’elemento essenziale della fiducia, così da porre in dubbio la futura correttezza dell’operato del collaboratore e con essa la sua affidabilità. Elementi che, quando entrano in gioco valori di primaria importanza quali la tutela della salute e sicurezza dei lavoratori, devono essere soppesati con maggiore attenzione e rigore, alla stregua di un principio assoluto, costituzionalmente tutelato, e che come tale non ammette sconti. Siamo infatti in presenza di un diritto fondamentale della persona la cui tutela è posta a carico tanto del datore di lavoro che dei suoi preposti, sui quali ultimi “gravano posizioni specifiche di garanzia notevolmente ampie e dirette a garantire il costante rispetto dei presidi infortunistici”.

Sentenza:

Corte Cassazione – n. 7338 del 22 marzo 2017