La vicenda riguarda il licenziamento di un dipendente che ha trasferito su una pen drive di sua proprietà (poi smarrita e ritrovata casualmente nei locali aziendali) un numero rilevantissimo di dati appartenenti all’azienda. Il dipendente ha contestato il licenziamento sostenendo di essersi limitato a copiare i dati, senza diffonderli in alcun modo e che i file non erano protetti da password e non erano coperti da particolari vincoli di riservatezza.

La Suprema Corte ha rigettato queste argomentazioni, ritenendo che il fatto sia riconducibile all’ipotesi, sanzionata dall’art. 52 del CCNL Chimici con il licenziamento, della grave infrazione alla disciplina o alla diligenza del lavoro, posto che detto articolo vi contempla condotte come il furto e il trafugamento di schede, disegni, materiali e affini. Coerentemente la Corte ha escluso che la semplice copiatura di file aziendali rientri nell’ipotesi meno grave di utilizzo improprio di strumenti di lavoro, per la quale il CCNL prevede altre sanzioni ma non il licenziamento.

In tale comportamento i giudici hanno ravvisato una condotta consapevole finalizzata a sottrarre dati e informazioni aziendali, a prescindere dall’effettivo utilizzo per fini propri o di divulgazione. In tale ottica appare irrilevante la circostanza che i dati non avessero alcuna protezione informatica. Sostiene infatti la Corte che il fatto che l’accesso ai dati sia libero non autorizza in alcun modo un dipendente ad appropriarsene per finalità proprie né consente di farli uscire dalla sfera di controllo del datore di lavoro.

Corte di Cassazione – n. 25147 del 24 ottobre 2017