Prendendo spunto da una sentenza di Cassazione di maggio 2016 (n. 10071) affrontiamo il tema dell’incompatibilità aziendale sotto il profilo giuslavoristico. I rimedi ad una situazione che non consente di protrarre oltre la presenza di un lavoratore in un determinato ambiente di lavoro stanno a metà strada tra la punizione-disciplinare e l’esigenza organizzativa, in ultima analisi tra il trasferimento (oggettivo o punitivo) e il licenziamento (disciplinare o per gmo – giustificato motivo oggettivo).

Il caso esaminato dalla Corte riguardava il licenziamento di un dipendente per incompatibilità ambientale (quindi per gmo), da parte di un’impresa che opera presso terzi, in quanto non gradito alla  committente; il lavoratore dissentiva e chiedeva di essere impiegato altrove. La Corte ritiene, in astratto, possibile il licenziamento per incompatibilità ambientale (quale species del gmo), ma nel caso concreto illegittimo perché il datore non è riuscito a dimostrare l’impossibilità di ricollocare altrove il dipendente (c.d. repechage).

Ciò che qui interessa evidenziare è la possibilità del datore di recedere dal rapporto – e non solo trasferire un dipendente – per incompatibilità ambientale, ove sia impossibile la sua ricollocazione in altra sede o in altre mansioni.

La giurisprudenza consolidatasi nel tempo ritiene che il datore possa allontanare il lavoratore dalla sede di lavoro in presenza di una situazione di incompatibilità ambientale, che costituisca oggettiva causa di disorganizzazione e disfunzione all’interno dell’unità produttiva, di solito determinate da insofferenza o difficili rapporti tra colleghi, o tra questi e i loro responsabili, o tra il committente e i dipendenti dell’appaltatore.

In questi casi la domanda è: cosa può concretamente fare il datore nei casi in cui il dipendente non possa essere utilmente impiegato altrove, posto che dove si trova, i dissidi personali generano tensioni e disorganizzazioni e compromettono la serenità dell’ambiente di lavoro?

Se lo spostamento in altra sede (o reparto non contiguo) non è oggettivamente possibile (previa puntuale e rigorosa verifica), allora il datore non ha altri strumenti, per rimuovere l’incompatibilità ambientale, e i gravi disservizi che essa genera, se non procedere al licenziamento per giustificato motivo oggettivo. E’ innegabile infatti che una situazione di incompatibilità ambientale, che genera disorganizzazione e disfunzione dell’unità produttiva, rientri in quelle “ragioni inerenti…… all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa” in forza delle quali l’art. 3 L. 604/66 giustifica espressamente il licenziamento del dipendente.