Straining, dal sostantivo inglese strain – tensione, sforzo, peso, stress, affaticamento – sta ad esprimere un situazione di stress forzato e prolungato sul posto di lavoro, in cui la vittima presa di mira si trova in uno stato di persistente inferiorità e condizionamento psicologico e fisico, frutto di azioni volutamente perpetrate dal datore o dai superiori gerarchici.

La situazione richiede una analisi delle relazioni in cui il soggetto svolge la propria attività lavorativa. Varie sono le modalità che possono produrre disagio e stress nel lavoratore: isolamento forzato fisico e relazionale (es. relegato in ambiente angusto e isolato), induzione sui colleghi a tenere un atteggiamento passivo, sottrazione di materiale di lavoro, attribuzione di carichi di lavoro eccessivi e sproporzionati, svuotamento di contenuto delle mansioni, eccessi di controllo o di regole da rispettare, comportamenti generici volti ad emarginare il soggetto.

Lo straining non comporta di per sé una progressione continua di queste azioni (può concretizzarsi anche in una sola azione), piuttosto è volto a stabilizzare ad un certo stadio la situazione di “conflitto” (perché di questo si tratta) con il dipendente, lungi invece dalla volontà di superarla.

Nello straining mancano quei parametri di continuità e sistematicità e progressione propri delle situazioni che sono riconducibili al “mobbing”, dove le azioni messe in atto sono volte a colpire le vittime con il preciso intento, voluto e sistematicamente perseguito, di distruggerle professionalmente e psicologicamente, e che in molti casi sono causa di depressione e danni alla salute (come riscontrato da numerose sentenze).

In ultima analisi, semplificando, lo straining può definirsi una sorta di mobbing attenuato

Per entrambe queste situazioni all’origine ci sta un contrasto non risolto, da non confondere con una sana conflittualità sul lavoro, ritenuta indispensabile, perché tende a stimolare e favorire lo scambio e l’arricchimento nei rapporti professionali (il cosiddetto “stress buono” necessario al buon funzionamento di una organizzazione). Ma se questa conflittualità non viene incanalata e degenera in ostilità, complice anche una cattiva organizzazione del lavoro, si può ricadere in queste forme di patologie.

Sappiamo bene come in un ambiente lavorativo concorrono a favorire situazioni di stress tanti altri fattori quali la cultura informatica, l’introduzione di nuove tecnologie, cambiamenti nelle condizioni di lavoro, inerzia personale al cambiamento, un incremento di responsabilità, un carico cognitivo non rispondente alla formazione del lavoratore, ambiguità del sistema organizzativo. Ma qui parliamo più propriamente di stress occupazionale, e non necessariamente di straining o mobbing, se manca l’intenzionalità di colpire quel determinato soggetto.

Sono i giudici oggi chiamati ad intervenire e lo fanno in base alle loro personali sensibilità. Si avverte l’esigenza di un intervento del legislatore finalizzato a definire i confini dei fenomeni chiarendo e definendo in modo preciso le diverse tipologie. Sarà così soddisfatto il bisogno di certezza del diritto e di tutela dei lavoratori.