Chi l’avrebbe mai detto. Eppure è proprio così. I dati diffusi da Coldiretti parlano chiaro: oggi in Italia ci sono oltre 53.000 imprese agricole condotte da under 35 che pongono il paese ai vertici in Europa. E di queste più della metà sono al Sud.

L’agricoltura praticata da questi giovani è fortemente caratterizzata dall’utilizzo di metodi innovativi e nuove tecnologie, tanto che si parla, analogamente a quanto avviene nell’industria, di agricoltura 4.0. Mettono in piedi aziende moderne, molto più grandi di quelle tradizionali, con una superficie superiore di oltre il 54%, un fatturato più elevato del 75% e il 50% in più di occupati per azienda, rispetto alle medie del settore.

Ciò che colpisce è anche il fatto che fra questi giovani, sono sempre meno quelli che provengono da una tradizione di famiglia in ambito agricolo; molte sono infatti le new entry, agricoltori di prima generazione, con titoli di studio elevati (diplomi, lauree, master) che hanno trovato nel lavoro in campagna l’investimento per il loro futuro.

Con mentalità aperte e orientati all’innovazione, stanno sviluppando e creando anche nuovi modi di sfruttare la terra, rispettando e valorizzando la natura: nelle fattorie si creano gli “agriasilo”, ci si orienta alla vendita diretta di prodotti della terra a kilometro zero, si istituiscono centri di “agribenessere” con piscina, yoga, meditazione, buffet biologici, soggiorni relax nella natura. Per non parlare dell’agricoltura sociale volta a favorire l’inserimento sociale di persone svantaggiate (disabili, detenuti, tossicodipendenti).

Le istituzioni tutte, ai più vari livelli, devono credere ed investire su questi giovani, con agevolazioni fiscali e finanziarie e snellimenti burocratici. Scriveva Jonathan Swift, l’autore de “I viaggi di Gulliver”, graffiante come sempre: “Chiunque facesse crescere cinque pannocchie di grano o due fili d’erba là dove prima ne cresceva uno solo, avrebbe fatto il miglior servizio al suo paese che tutta la razza dei politici messa assieme”.