Una extra pausa di tre minuti, verificatasi per 26 volte nell’arco di 7 mesi, è stata motivo di rimprovero e multa per un dipendente di un’azienda pubblica giapponese (la Kobe che gestisce l’acquedotto), il quale aveva, talvolta, l’abitudine di dilatare la propria pausa pranzo di ben tre minuti rispetto all’orario autorizzato. 

La singolarità dell’episodio, sta però nel fatto, che i responsabili degli uffici dell’azienda, si sono sentiti in dovere di porgere al paese le loro pubbliche scuse con tanto di conferenza stampa e riprese televisive e gli inchini di rito come da tradizione giapponese. Hanno spiegato: “è profondamente deplorevole che questa condotta scorretta abbia avuto luogo. Ce ne scusiamo”.    

Già in precedenza l’azienda aveva sospeso per un mese un altro dipendente che aveva lasciato più volte l’ufficio per andare a comprare il “bento box”, vassoietto preconfezionato con il pranzo.

La vicenda ha avuto una vasta eco in Giappone, con un coro di reazioni sui social media, spesso critiche verso il “mantra” del rispetto assoluto ed acritico delle regole ed i ritmi massacranti di lavoro a tutti i livelli, laddove spesso i dipendenti sono indotti a dimostrare il loro attaccamento al lavoro con orari sterminati, praticamente senza limiti. Tant’è che solo lo scorso mese di maggio, la Camera bassa, ha approvato una legge che pone un tetto di 100 ore mensili per il monte straordinari.