Con la sentenza in epigrafe la Cassazione ha stabilito che, il ritardo determinato in parte dalla condotta del superiore gerarchico nel prestare soccorso ad un dipendente colto da malore è imputabile, ai sensi del 2049 C.C. al datore di lavoro. E nel caso in cui ne consegua un danno al lavoratore, il datore sarà tenuto al relativo risarcimento, in solido con tutti i soggetti che hanno concorso a determinarlo (nel caso specifico anche la struttura sanitaria coinvolta).

Il caso esaminato concerne un lavoratore che veniva colpito da infarto durante un diverbio con il proprio superiore gerarchico il quale cercava di impedire la chiamata dell’ambulanza (che poi veniva chiamata con ritardo), contribuendo a causare il ritardo nei soccorsi.  Il lavoratore agiva in giudizio per ottenere il risarcimento sia del danno biologico per le conseguenze dell’infarto dovute al ritardo nei soccorsi (che avrebbero potuto essere meno gravi se i soccorsi fossero stati tempestivi), sia del danno alla dignità personale, connesso al comportamento del superiore, che, opponendosi alla chiamata dell’ambulanza, aveva trattato il lavoratore, alla presenza degli altri colleghi, come un “simulatore”.

La Cassazione ha accolto entrambe le doglianze del lavoratore e condannato la Società ai risarcimenti per intero (€ 175.000 e € 5.000). Ha ritenuto infatti sussistenti il nesso causale fra il danno subito ed il ritardo nei soccorsi, in parte causato dalla condotta ostruzionistica del superiore ed in parte dalla casa di cura (con sussistenza quindi della responsabilità solidale).

Corte di Cassazione - n. 26751 del 13 novembre 2017