Una recente sentenza della Corte di Appello di Milano aveva dichiarato valido un contratto a tempo determinato, pur senza la controfirma del lavoratore interessato, ritenendo sufficiente l’aver informato il lavoratore del vincolo di durata del rapporto nel corso di apposita riunione ed essendo iniziata la prestazione lavorativa il giorno successivo la riunione stessa, senza obiezioni.

E’ una decisione che ha destato parecchie perplessità, in quanto non coerente con le norme vigenti e la più consolidata giurisprudenza, e offre l’occasione per fare il punto sulla delicata questione della forma per la validità del termine.

La norma stabilisce l’obbligatorietà della forma scritta ai fini della validità dell’apposizione del termine, che considera “priva di effetto se non risulta direttamente o indirettamente, da atto scritto”. Va ribadito che tale sottoscrizione deve essere antecedente o al massimo contestuale all’inizio del rapporto. Quindi vale la forma scritta “ab substantiam”.

La Corte di Cassazione (da ultimo con sentenza n. 2774/2018)  ribadisce il principio, più volte affermato dalla giurisprudenza, secondo il quale il lavoratore deve essere posto in grado di percepire con certezza quale sia la reale natura del rapporto e di controllare la effettiva sussistenza delle ragioni poste a base della sua instaurazione e coerentemente conclude che l’esistenza del contratto a durata predeterminata non può essere provata con mezzi diversi dall’esibizione del documento scritto. 

Concludendo, nel caso dei contratti a termine, non è sufficiente la consegna al lavoratore del documento sottoscritto dal solo datore di lavoro, benché seguita dall’effettivo inizio della prestazione, in quanto tale consegna può ritenersi idonea solo ad esprimere la semplice volontà del lavoratore di essere parte di un contratto di lavoro, ma non l’accettazione inequivocabile della natura limitata del rapporto, volontà che pertanto non può essere desunta per fatti concludenti (come quello di dare inizio comunque alla prestazione lavorativa).