Con la sentenza n. 15058 del 17 luglio 2015 2015, la Cassazione ha affermato il principio relativo all’applicazione dell’art. 18 Statuto Lavoratori (ante recente riforma), secondo il quale il fatto materiale che ha portato alla condanna penale, non comporta che il giudice del lavoro sia obbligato a legittimare i provvedimenti disciplinari sulla base delle stesse motivazioni, atteso che si tratta di illeciti e sanzioni che rispondono a finalità non sovrapponibili. 

L’antefatto: un gruppo di cinque lavoratori dipendenti di un supermercato si erano appropriati di prodotti alimentari e a seguito di ciò, il datore di lavoro, denunciando penalmente i dipendenti (e la causa era terminata con la loro condanna) aveva proceduto anche al licenziamento disciplinare motivato dalla sottrazione di beni aziendali.

La Suprema Corte, dopo aver ricordato che l’accertamento del fatto materiale rappresenta una sorte di area comune dei due processi, ha sottolineato come i due giudici siano del tutto autonomi nell’apprezzamento dei fatti. Il provvedimento di natura privatistica (licenziamento operato dal datore di lavoro) non può essere vincolato alle conclusioni del giudice penale.

Di conseguenza la Cassazione ha confermato le sentenze dei giudici di primo e secondo grado, che avevano ritenuto illegittimi i licenziamenti, in quanto l’appropriazione di generi alimentari non è stata ritenuta necessariamente indice di volontà fraudolenta. Ciò anche in base a quanto statuito dal codice disciplinare del contratto collettivo, che riteneva più appropriata una sanzione di altra natura (multa o sospensione).

Sentenza:

Corte di Cassazione – n. 15058 del 17 luglio 2015