ll sistema italiano della previdenza sociale nacque nel 1898 con la costituzione della “Cassa Nazionale di Previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai”; era un’assicurazione facoltativa e volontaria, finanziata prevalentemente dai contributi versati dai lavoratori e, in maniera minore, dallo Stato italiano e da datori di lavoro o altri soggetti. Gli iscritti ricevevano una rendita vitalizia al raggiungimento dei 60 o 65 anni, oppure nel caso fossero diventati inabili al lavoro.

Non essendo obbligatoria, nei primi anni riscosse un consenso molto limitato, per cui gli enti governativi sentirono la necessità di introdurre l’obbligatorietà, dapprima per i soli dipendenti pubblici nel 1904, poi per i ferrovieri nel 1910. Fu poi estesa a tutte le categorie lavorative nel 1919, quando nacque la “Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali”, ovvero la CNAS, sotto il governo Orlando, che assicurava pensioni di vecchiaia e di invalidità.

Nel marzo 1933 il governo fascista guidato da Benito Mussolini modificò il nome della “Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali” in “Istituto nazionale fascista per la previdenza sociale“, quello che oggi chiamiamo INPS (privato dell’aggettivo di caratterizzazione politica). Nel 1935 l’intera normativa pensionistica venne unificata in un unico decreto legislativo, che resterà un punto di riferimento fino ai giorni nostri.