Nella società di persone, un rapporto di lavoro subordinato tra la società e uno de soci è configurabile, in via eccezionale, nella sola ipotesi in cui il socio presti la propria attività lavorativa sotto il controllo gerarchico (non solo funzionale) di una altro socio e sempre che la predetta prestazione non integri un conferimento previsto dal contratto sociale. Questa in sintesi la massima della citata sentenza di Cassazione.

L’Inps con verbale ispettivo, accertava la simulazione di un rapporto di lavoro subordinato tra una società in nome collettivo (S.n.c.) ed il relativo socio di maggioranza, che era stato in precedenza amministratore unico della società, fino a quando tale carica era stata assunta dalla moglie, anch’essa socia, che tuttavia gli aveva delegato i poteri propri dell’amministratore unico (in pratica nulla era cambiato rispetto alla situazione precedente). La moglie, in qualità di legale rappresentante, si opponeva al verbale ispettivo.

La Suprema Corte rigettava il ricorso in quanto già nei vari gradi di giudizio, è risultato inequivocabilmente accertato che il socio lavoratore, non solo era rimasto titolare di tutti i poteri propri dell’amministratore unico e che, di conseguenza, non vi era in azienda altro socio che potesse esercitare nei suoi confronti i poteri direttivo e gerarchico tipici del rapporto di lavoro subordinato, ma anche che la predetta prestazione non integrava in alcun modo un conferimento previsto dal contratto sociale. Di qui il disconoscimento del rapporto di lavoro subordinato per la totale insussistenza dei requisiti propri di tale tipologia di rapporto.

Sentenza:

Corte di Cassazione – n. 6576 del 5 aprile 2016