Con l’ordinanza citata la Cassazione afferma, consolidando il proprio orientamento, che anche il rapporto che comporti delle prestazioni lavorative, ancorché limitate, rese verso organizzazioni religiose e più in generale verso organizzazioni “di tendenza” (associazioni non lucrative, partiti politici, sindacati, ecc..) si configura come di lavoro subordinato e si presume a titolo oneroso. La parte che sostenga, invece, che le prestazioni sono rese per motivazioni esclusivamente religiose, riconducibili quindi ad un rapporto diverso istituito affectionis vel benevolentiae causa, ha l’onere di provare la gratuità delle prestazioni. A tal fine non rileva il grado maggiore o minore di subordinazione, cooperazione o inserimento del prestatore nell’organizzazione, ma la sussistenza o meno della finalità ideale religiosa o associativa, rispetto a quella lucrativa. E ciò indipendentemente dal fatto che, come nel caso di specie, il prestatore, che viveva presso la Comunità religiosa, usufruendo di vitto e alloggio, accetti di pagare la “retta”, in tutto o in parte, mediante il proprio lavoro e per il resto, di essere parzialmente remunerato con una sorta di moneta sostitutiva complementare, utilizzabile unicamente all’interno o comunque nel circuito della Comunità stessa.  Quindi l’Associazione religiosa, deve dare prova rigorosa che tutto il lavoro prestato dall’aderente, eccedente o meno le coperture del “piano retta”, sia stato prestato per esclusive motivazioni religiose-affezionali e non in adempimento dell’obbligazione civilistica di pagare il vitto e l’alloggio.

Corte di Cassazione - n. 7703 del 28 marzo 2018