Tempi duri per chi utilizza illegittimamente i permessi Legge 104/92, cioè i famosi tre giorni al mese, fruibili dal lavoratore per assistere familiari con handicap ( con diritto alla intera retribuzione a carico dell’Inps ma anticipata dal datore di lavoro, in definitiva con onere a carico della collettività).

La Corte era chiamata a decidere se doveva considerarsi legittimo o meno il ricorso del datore ad una Agenzia Investigativa privata, per controllare, acquisendone prova, se il lavoratore facesse corretto utilizzo dei permessi L. 104/92, curando effettivamente l’assistenza di un familiare non convivente, o se invece ne abusasse trascurando tale impegno e occupandosi di tutt’altro. La questione si era posta in quanto il lavoratore, appellandosi allo Statuto dei lavoratori, che dispone che il datore possa effettuare gli accertamenti sanitari per assenze dovute a infortuni e malattia solo attraverso i servizi ispettivi pubblici, aveva sostenuto che il ricorso all’Agenzia investigativa privata violasse tale norma, con conseguente inutilizzabilità delle prove a carico così acquisite, stante l’illegittimità della fonte di acquisizione.

La Corte ha invece ritenuto del tutto lecito il comportamento aziendale, posto che nel caso specifico, il controllo dell’Agenzia, tramite pedinamenti a distanza, ha riguardato unicamente i comportamenti e gli spostamenti del lavoratore, che nei tre giorni in questione di tutto ha fatto, tranne che recarsi presso il familiare non convivente per assisterlo. Né è valso al lavoratore sostenere che tale controllo sia stato invasivo, turbando la sua tranquillità familiare. La Corte ha concluso che certamente rientra nel potere del datore di verificare la correttezza, sotto il profilo dell’effettività, della richiesta di permessi di lavoro per l’assistenza di parente, effettività smentita in pieno dalla verifica effettuata sui tre giorni lavorativi.

Tale sentenza è coerente e va a braccetto con un’altra sentenza di poco precedente (la n. 5574 del 22 marzo 2016) con la quale la Corte ha affermato la legittimità del licenziamento per giusta causa di un lavoratore che ha usufruito di permessi richiesti per assistere familiari disabili, ma non utilizzati in concreto per tale finalità. La Corte ha asserito come un utilizzo distorto di tali permessi possa essere considerato come un “sostanziale disinteresse per le esigenze aziendali” e quindi una forma di “grave violazione dei principi di buona fede e correttezza nell’esecuzione del contratto di lavoro”.

Sentenza:

Corte di Cassazione – n. 9217 del 6 maggio 2016