Secondo recenti ed autorevoli indagini, si calcola che in Italia ci siano almeno 8 milioni di persone che si occupano abitualmente e con costanza di familiari non autosufficienti. Un vero e proprio esercito.  Molte di queste persone, si stima almeno una su tre, lo fanno in parallelo con il proprio lavoro principale, in alcuni casi anche senza renderlo noto ai colleghi di lavoro, per evidenti ragioni di riservatezza. Un lavoro di cura ed assistenza, di enorme importanza sociale, il cui ruolo non è ancora adeguatamente riconosciuto, pur a fronte di innegabili passi avanti.

La popolazione in età anziana, oltre i 65 anni, è stimata dall’Istat in crescita fino a rappresentare, intorno al 2050, almeno il 34% della popolazione, vale a dire più di una persona su tre, ed un’età media prevista in 86 anni per gli uomini ed addirittura 90 anni per le donne.

Tutto ciò non è indifferente per le aziende, che vedono modificarsi rapidamente la demografia della popolazione aziendale, complici anche gli interventi (inevitabili) sull’innalzamento della soglia pensionistica. Cresce infatti enormemente la fascia di lavoratori “senior”, altrimenti chiamata “sandwich generation”, schiacciati tra il lavoro di cura dei figli, non ancora autonomi, ed il lavoro di cura dei familiari anziani non autosufficienti. In pratica un secondo, terzo lavoro. Che le statistiche ci dicono gravare in gran parte sulla componente femminile della forza lavoro, ma in misura considerevole anche sulla componente maschile.  

Questi “caregiver”, conosceranno un periodo più o meno lungo in cui dovranno prendersi cura dei familiari, che non termina con il raggiungimento dell’autonomia da parte dei figli (periodo in qualche modo pianificabile), ma che oggi sempre più prosegue per un tempo indefinito, che è difficile prevedere quando inizi e quando avrà fine, per occuparsi dei propri anziani non autosufficienti.

Soccorrono in questo le politiche per la famiglia attuate dai governi di conciliazione vita-lavoro, encomiabili, ma spesso carenti ed insufficienti rispetto alle necessità.

Le conseguenze di questi fattori per le aziende non sono di poco conto: maggiore tasso di assenteismo, in particolare per i fruitori della Legge 104, richieste periodi di aspettativa, l’uscita anticipata dal mondo del lavoro, situazioni di stress emotivo e preoccupazioni che possono incidere sui rendimenti lavorativi.

Di qui la sempre maggiore attenzione che le aziende dovranno porre per avviare e attuare iniziative di welfare mirate ad offrire servizi dedicati per i “caregiver” – fronte assistenza anziani – che comprendano, fra l’altro, la ricerca e il sostegno economico per ricorso ad assistenti familiari o strutture residenziali, supporto psicologico, amministrativo e legale, canali informativi. La legislazione attuale premia queste iniziative con significative esenzioni fiscali e contributive. L’inerzia su questo può anche significare la trasmigrazione di lavoratori “importanti” verso aziende più “sensibili” che offrono questi servizi. Ne va della qualità della vita.

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